27 Gennaio: un caffè per dimenticare

di Martina Ricchi

“Mercoledì 27 Gennaio celebriamo la Giornata della Memoria per ricordare le vittime della Shoah e l’orrore dei lager, ma la verità è che facciamo solo finta, perché a pensarci bene non ci ricordiamo mai niente.” 1

Così conclude il suo monologo Massimo Gramellini al programma televisivo “Le parole della settimana” dopo aver raccontato la storia di Alì il pazzo: un uomo che tenta disperatamente di raggiungere il figlio in Germania, un figlio che ha dato alla luce lì, a Berlino, dopo essere sbarcato a Lampedusa e aver conosciuto la moglie nei pressi di Torino; Alì è stato però espulso dai tedeschi e tenta sette volte di ritornare in Italia passando per i boschi, cerca di attraversare il confine tra la Bosnia e la Croazia, così sarà finalmente in Europa e lì potrà lavorare perché gli italiani sono buoni, dice Alì. È proprio nel bosco croato, dove ha appena varcato il confine, che viene raggiunto da alcuni gendarmi europei che lo picchiano a sangue e gli tolgono le scarpe, il più alto in gerarchia tra di loro scommette un caffè con gli altri sul fatto che, date le condizioni atmosferiche, l’uomo non riuscirà a tornare al campo profughi di Lipa. Alì ci riesce pagando però un caro prezzo: l’amputazione di tutte e due le gambe dal ginocchio in giù e poi la morte, dopo mesi di agonia. Nel campo profughi vivono migliaia di persone in alcuni tendoni di plastica, dormono su letti a castello arrugginiti, hanno un unico pasto al giorno fornito dalla Croce Rossa, una coperta di lana, ciabatte di plastica e pochi altri abiti per ripararsi dal freddo e quando provano ad attraversare il bosco per arrivare in Croazia finiscono come Alì il pazzo: malmenati, derisi, derubati e rispediti indietro. Qui cercano di fare del loro meglio per sopravvivere: non c’è il medico e dall’unica fontanella disponibile fuoriesce dell’acqua giallognola ma loro la bevono lo stesso, non avendo alternative; le persone si ammalano, muoiono di freddo, per le percosse subite o semplicemente per aver perso la speranza.2

Tutto questo solo a quattro ore di distanza da casa nostra, dall’Italia.

Quello di Lipa non è l’unico campo di profughi in Bosnia, non è nemmeno l’unico campo di profughi del mondo. In Turchia 3,6 milioni di rifugiati siriani sono rinchiusi in campi di concentramento finanziati dall’Europa con sei miliardi all’anno. Qui moltissime persone di etnie e religioni differenti vivono in condizioni precarie e disumane, nel sovraffollamento, senza cure, tenuti in vita solo perché ciascun prigioniero è una potenziale arma di ricatto per estorcere denaro ai parenti lontani; uomini e donne vengono picchiati, torturati e stuprati ogni giorno.3

Nei logoai cinesi, in cui alcune stime dicono che vi siano rinchiuse otto milione di persone, vengono esportate etnie, minoranze, dissidenti politici e chiunque non sia in accordo con il regime; qui lavorano diciotto ore al giorno e vengono puniti con la fame o la tortura se rallentano il ritmo di lavoro.4

Ci sono campi di concentramento in Nord Korea, Myanmar, in Malaysia, in Bangladesh; nelle isole di Christmas, Nauru e Manus, in Australia. In Iraq. Persino nel Messico sotto il mandato di Trump.

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

Mercoledì 27 Gennaio 2021 è stato il venticinquesimo giorno della memoria, sono passati settantacinque anni da quando sono state liberate tutte le vittime dei campi.

Abbiamo passato anni a studiare quell’orrore, a catalogare i tedeschi, i temibili nazisti, come cattivi, a chiederci perché nessuno dicesse niente, perché nessuno protestasse mentre guardavamo Il bambino con il pigiama a righe, a domandarci perché non fossero tutti partigiani, perché non facessero tutti come Oskar Schinder. Guardiamo le S.S. e pensiamo a loro come degli uomini malvagi che hanno compiuto delle azioni terribili: erano soldati, erano nazisti, fascisti, obbedivano al regime, non erano persone normali.

“I nazisti implicati nella ‘soluzione finale’ si rendevano ben conto di quello che facevano, ma la loro attività, ai loro occhi, non coincideva con l’idea tradizionale del ‘delitto’ “.5

Come spiega Hannah Arendt i nazisti erano persone normali. Il male è banale. Tutte le persone interrogate nei processi di Norimberga erano perfettamente normali, nemmeno Adolf Eichmann era il folle esagitato che ci piace pensare: militare, funzionario e criminale di guerra tedesco considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. La Arendt dice di lui “Chiunque potrebbe essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza consapevolezza, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee proprie e non si rendeva conto di quello che stava facendo. Era semplicemente una persona calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di porsi il problema della conseguenza delle sue azioni” e ancora “il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”. Questo è il segreto del male: la banalità. I soldati tedeschi, le SS, i fedeli seguaci di Mussolini, i dottori che operavano terribili esperimenti sui prigionieri non riconoscevano il loro operato come delitto, erano persone normali che si svegliavano e andavano al lavoro, che cercavano di fare il loro lavoro al meglio –anche quando consisteva nel disumanizzare degli ebrei- per ottenere una promozione e il consenso del loro capo, che tornavano a casa e baciavano la moglie, prima di abbracciare i propri figli.

Mercoledì 27 Gennaio 2021 è stato il venticinquesimo giorno della memoria, abbiamo guardato qualche triste video, abbiamo visto qualche triste foto, forse

abbiamo anche fatto lo sforzo di leggere qualche triste articolo, sonnecchiando, poi siamo tornati a mangiare al calduccio scorrendo la bacheca di Facebook.

La memoria dovrebbe servire per non ripetere gli errori del passato, per comprendere uno degli orrori più terribili e impegnarsi affinché non riaccada, invece additiamo i tedeschi cattivi e invochiamo a gran voce i porti chiusi, maledicendo gli immigrati che ci rubano il lavoro.

La memoria c’è – nonostante il 15,6% degli italiani neghi tutt’oggi l’olocausto 6 – però, più che condividere i ricordi su Facebook, dovremmo forse impegnarci a renderla attiva, a indignarci per ciò che accade adesso, a superare la sottile linea che separa la nostra realtà da quella di persone che hanno come unica colpa l’essere nate nel posto sbagliato al momento sbagliato; ad andare oltre a quelle quattro ore di viaggio, a lottare perché ci siano sempre meno Alì il pazzo, a cercare di aiutare chi ha bisogno di aiuto adesso, altrimenti diventeremmo esattamente i tedeschi cattivi su cui puntiamo il dito. Perché, altrimenti, il caffè che il capo dei gendarmi croati ha perso quando Alì è riuscito a tornare al campo profughi, scalzo, dopo aver camminato per ore immerso nella neve ghiacciata, dopo aver visto le sue falangi staccarsi una ad una, diventerà il nostro caffè.

di Martina Ricchi

1= Massimo Gramellini, a “Le parole della settimana” Watch | Facebook

2= I dimenticati di Lipa, intrappolati nel ghiaccio della Bosnia – Annalisa Camilli – Internazionale

3=Giorno della memoria, anche nel 2020 il mondo è pieno di campi di concentramento (fanpage.it)

4= Giorno della memoria, nel 2020 ci sono ancora campi di concentramento (wired.it)

5= Hannah Arendt, “La banalità del male”

6= Rapporto choc: il 15,6 per cento degli italiani nega l’Olocausto (avvenire.it)

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