Beasts of No Nation

“Dio, ho ucciso un uomo. È il peggiore dei peccati ma era la cosa giusta da fare” 

La voce narrante del piccolo Agu ci accompagna in poco più di due ore; centotrentasette minuti che faticano a raccontarci una realtà a cui non siamo abituati e che si manifesta ai nostri occhi in tutta la sua crudeltà.  

Cary Fukunaga cancella volutamente tempo e spazio, non indicandoci precisamente né l’ubicazione esatta della nostra vicenda né l’età del protagonista, permettendoci così di immergerci in un mondo lontano e a noi impercettibile. Il film si apre quindi su una normale famiglia, diversa da quella di ciascuno di noi esclusivamente per la povertà dell’ambiente circostante: un villaggio tranquillo, i litigi tra fratelli, il voler apparire per farsi vedere dalle ragazze, le risate a cena. Una realtà che viene stravolta dalla guerra civile nella quale Agu perderà la famiglia e anche sé stesso.  

Il bambino viene catapultato nella realtà della guerra e ne sposa tutti gli aspetti, senza mai voltarsi indietro e riconoscendo nel comandante dell’NDF, i ribelli, una nuova figura paterna. Solo le sue preghiere a Dio, e infine alla madre, ci restituiscono ancora il vecchio Agu, quello che in chiesa ridacchiava con il fratello maggiore e si scambiava saluti fugaci con l’amico di sempre. Agu prega e attraverso le sue preghiere vediamo il suo lento decadimento, in un crescere di eventi ed emozioni incalzante, che non può fare a meno di tenere lo spettatore con il fiato sospeso.  

La riflessione di Agu sul suo primo assassinio ci indica che il bambino ha appena varcato una soglia, ha appena ucciso un uomo in una delle scene forse più belle del film: il Comandante incita Agu ad uccidere con parole d’odio, il povero studente di ingegneria piange e supplica, legato, inginocchiato a terra e impotente di fronte all’imminente morte; Agu è indeciso, freme, alza la sciabola ma non riesce ad abbassarla. Ogni speranza si infrange con il primo colpo, seguito da moltissimi altri, feroci, animaleschi, irrazionali e poi da quelli di Strika, ancora più forti, in uno dei primi gesti che legherà fino alla fine i due bambini e che ci conducono ad una geniale inquadratura: il sangue che lentamente corre sull’asfalto, imprimendolo di quell’odore di cui ci racconta Agu subito dopo “dolce come la canna da zucchero e amaro come ? Di canna” 

“‘E’ solo un bambino’ non significa niente. Il bambino è forse innocuo? Il bambino ha gli occhi per vedere? Il bambino ha mani per strangolare e premere il grilletto, allora perché dici che è solo un bambino?” 

Idris Elba interpreta incredibilmente il capo dei ribelli, riuscendo a rendere credibile un personaggio agghiacciante, ormai privo di umanità, che combatte contro chi detiene il potere solo per ottenere potere lui stesso, che arruola bambini e abusa di loro. Ci viene presentato come un uomo forte, carismatico, quasi paterno con i suoi soldati, è un comandante capace di alimentare la foga del suo gruppo, di spronare i suoi uomini a seguirlo anche quando non hanno più niente, anche quando è sotto gli occhi di tutti che sia stato lui a uccidere il suo secondo al comando.  

Il monologo finale di questo complicato personaggio è forse uno dei più belli: inveisce contro quella che lui dice essere la sua “famiglia”, accusa tutti di essere stupidi, senza istruzione e quindi destinati a una vita misera senza di lui, senza un leader. In questo monologo possiamo quindi ritrovare la psicologia della folla, la dura realtà: più le persone sono ignoranti, più cercano e trovano appoggio nell’uomo carismatico, nel leader e per questo lo seguono senza domandarsi il perché. Più che mai è un tema attuale, nel 2015 –anno di uscita del film- come adesso, uomini che per sentirsi tali hanno bisogno di sentirsi parte di un gruppo, di seguire un ideale senza il quale si sentono persi, costretti ad aspettare che qualcuno dia loro un lavoro e vivere le loro vite in modo piatto ed abitudinario. 

Nel primo incontro tra il comandante e il bambino vediamo invece l’assurda logica dietro ai bambini-soldato che il film denuncia a gran voce: se ha le mani per premere un grilletto non è solo un bambino, è pericoloso, è un soldato. Più il film incalza più ci abituiamo alla visione di questi minuscoli uomini con i fucili in mano, intenti a fare cose terribili, più vediamo Agu perdere sé stesso meno riusciamo a comprendere come sia possibile ridurre dei bambini in quello stato. 

“L’unico modo per non combattere più è morire” 

Beasts of No Nation, tratto dall’omonimo libro di Uzodinma Iweal, è l’esatto opposto di un romanzo di formazione, vediamo infatti il lento decadimento di un bambino, non la sua formazione ma la perdita della sua umanità che cercherà di recuperare a stento solo alla fine della narrazione.  

L’infanzia, di cui abbiamo l’apice nella scena in cui Agu e il suo piccolo amico dilettano i soldati con la Tv dell’immaginazione, viene strappata via a tutti i bambini del film: a partire dalla sorellina del protagonista, allontanata dalla sua famiglia, per arrivare a Strika, il reduce di guerra, bambino uomo senza parola che muore tra le braccia dell’amico. Raccapricciante è la scena in cui il gruppo di soldati, in cui l’età media è dieci anni, entra in una casa alla ricerca di superstiti, in un villaggio come quello di Agu; in un armadio trovano una donna con una bimba di appena tre, quattro anni. I più giovani strappano la figlia alla sua progenitrice e Strika inizia a picchiarla a sangue, a spezzarle le gambe, aiutato dall’amico mentre i commilitoni più grandi abusano della madre della piccola, poco prima che Agu le spari in testa. In una delle scene più agghiaccianti dell’intero film vediamo la completa perdita dell’umanità e la compiuta trasformazione da infanti a bestie. Interessante è anche il parallelismo e la somiglianza tra la donna e la bambina in questa scena e la mamma e la sorellina di Agu, che perde all’inizio del film e che ricerca con foga, così tanto che, all’inizio della scena, scambia la donna per sua madre, in preda alle allucinazioni. 

Il vortice della violenza trascina il nostro piccolo protagonista con sé non lasciandogli possibilità di scampo. 

Non solo la violenza, la guerra, gli assassini e la brutalità umana ma Cary Fukunaga inserisce anche un altro delicatissimo tema: la droga. Infatti vediamo che i soldati sono costantemente sotto l’effetto della ganja, che il Comandante prima di abusare dei bambini sniffa cocaina e un commilitone, con l’innocente intento di far passare la sofferenza di Abu –una sofferenza sulla quale sono passati tutti-, gli procura un piccolo taglietto e poi ci sparge sopra delicatamente della polvere dal colore indefinito. La droga aiuta quindi i giovanissimi soldati a non pensare, a dare loro la forza in quell’orrore, come fa da sempre con i protagonisti della guerra. Altra scena significativa e apice del cambiamento di Agu è quando i ribelli dell’NDF sono convocati dal comandante supremo e, lasciati soli in una stanza ad aspettare per ore, si spalmano sui divanetti rossi, lussuosi e lindi: l’inquadratura, in un piano sequenza eccezionale, riprende prima il Comandante indispettito per l’attesa e poi Strika e Agu, nella stessa posizione, quasi due copie del loro superiore, il nostro protagonista con una canna in mano, che fuma, per ingannare l’attesa. 

In quel momento assaporiamo il pieno cambiamento di Agu, il lento progredire della bestia che ha ucciso il bambino è compiuto e, davanti ai nostri occhi, appare per un attimo quasi irriconoscibile. 

“La psicologa è convinta che io non parli perché non so esprimermi, come i bambini. Ma io non sono un bambino. Sono un vecchio. La bambina è lei” dice ancora Agu alla fine e poi, quando finalmente inizia a parlare: “Ho visto cose terribili. Se te ne parlassi, diventerei triste e diventeresti triste anche tu. Se ti parlassi di queste cose mi vedresti come una bestia.” 

Nel monologo finale di Abraham Attah –interprete straordinario, il cui talento è inversamente proporzionale alla sua giovane età, che riesce con l’incredibile maestria dei più grandi a renderci un personaggio vero, per cui non possiamo fare a meno che patteggiare dall’inizio alla fine, per cui, anche nei suoi momenti più bui, non potremmo dargli altro che un immenso abbraccio- la sceneggiatura ci restituisce parole di adulto dette da un bambino, un bambino che non si sente più tale, che non sa più chi è e a cosa appartiene, che ha visto troppo, che ha fatto cose di cui un bambino non dovrebbe nemmeno conoscere l’esistenza.  

Come può un bambino in queste condizioni recuperare la sua infanzia e la sua vivacità? Può tornare ad essere felice, spensierato, ingenuo?  

La scena finale vuole alleggerire il film, vuole dare una speranza, vuole accontentare lo spettatore, che può così tornare alla sua vita normale, contento che Agu abbia deciso di correre verso i suoi coetanei, in un’improvvisa e recuperata spensieratezza che risulta falsa ed effimera. Saremmo riusciti ad accettare un finale diverso? Saremmo riusciti ad accettare che il protagonista non si salvasse, che morisse come Strika, o, peggio, che diventasse anche lui un leader del NDF, come gli dice il Comandante?  

Il fatto che il finale sia così speranzoso, così limpido, con un’inquadratura a campo largo su una spiaggia, sul mare, sulle risate, sul benessere, può davvero cancellare gli altri centotrentasei minuti, che pure erano così pochi per spiegare la vastità di un mondo che non ci appartiene? 

Beasts of No Nation è un film che fa riflettere grazie alla sua straordinaria fotografia, che ci lascia con l’amaro in bocca con l’aiuto di interpreti formidabili e che ci catapulta in un mondo che vorremmo non esistesse, che fingiamo di non vedere e che preferiremmo sparisse ma che esiste, che è ad un passo da noi e invoca disperatamente il nostro aiuto. 

di Martina Ricchi

Redattrice

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