Covid-19: la peste del XXI secolo

Nel lontano 2015…

Ugwu ha trent’anni e una famiglia da sfamare. 

Sono ormai tre settimane che non lavora, a casa la dispensa è vuota. Sua moglie Falala tutte le mattine cammina per andare a prendere l’acqua ma è stanca e spesso deve fare lo stesso percorso due volte poiché inciampa, vinta dalla stanchezza, e rovescia a terra tutta la fatica. La piccola Mali sta perdendo i capelli e a Rafiki si è gonfiata la pancia.  

Ugwu vive come la maggior parte dei suoi compaesani: di lavori saltuari; si è sempre svegliato all’alba per andare in una delle grandi città vicine a cercare lavoro ed è sempre tornato a casa al tramonto, con un gruzzolo più o meno cospicuo ma sempre sufficiente a sfamare i suoi tre figli e la sua bellissima moglie. 

Da quando è arrivata l’ebola, però, hanno blindato la città. Hanno spiegato loro che devono cercare di avere meno contatti possibili, hanno proibito loro di fare i funerali e non li lasciano uscire dal loro villaggio. 

Odenigbo ha quarant’anni ed è nell’esercito da più di vent’anni, ormai, eppure non ha mai visto una cosa del genere. Non è religioso da tempo eppure si è ritrovato a pregare gli dei che ringraziava sua madre tutti i giorni, li ha pregati di perdonarli e di far finire tutto in fretta. Non è ancora successo: la gente continua a morire. Così hanno dovuto prendere misure drastiche. Hanno cercato di spiegare a un popolo che fa del contatto fisico una cultura di non toccarsi per evitare al virus di trasmettersi, hanno dovuto vietare i funerali causando una rivolta poiché i corpi dei deceduti trasmettevano il virus molto più facilmente dei vivi e dei malati e hanno dovuto chiudere le città. 

Ogni sera qualcuno cerca di scappare e ogni sera loro cercano di impedire che succeda. 

Olanna ha vent’anni, non capisce bene cosa stia succedendo nel mondo, lei sa solo che tra qualche settimana dovrà sposarsi con il bellissimo Kofi ed è tutta concentrata sui preparativi per il matrimonio. Certo, le hanno spiegato che per la situazione dovranno esserci meno invitati del previsto, ma non è un problema: lei e Kofi si amano, solo quello conta. 

Ugwu una notte decide di farlo, aspetta che il buio cali sul villaggio e poi scappa, passando per sentieri che conosce solo lui, ha il cuore in gola per tutto il tempo ma non è preoccupato che lo prendano, è in pensiero per il più grande dei suoi figli: per Ngozi che ha la febbre. Al mattino arriva in città e trova lavoro per la preparazione di un matrimonio. Poi attende di nuovo il buio della notte per rientrare in città. Questa volta non va tutto così liscio, forse Ugwu fa meno attenzione, Odenigbo infatti lo avvista vicino a un capanno e inizia a rincorrerlo, spara persino un colpo in aria per spaventarlo ma Ugwu continua a correre.  

I due inciampano uno sull’altro, i corpi rotolano, Ugwu è più agile, più giovane e l’adrenalina fa il resto: riesce a rialzarsi e via verso casa. 

Qualche giorno dopo iniziano a stare male e poi verranno seppelliti, tutti: il piccolo Kofi aveva contratto il virus da un compagno di giochi e aveva contagiato già la sorellina Mali, che è la prima, denutrita com’è, a chiudere gli occhi, poi è il turno di Rafiki e della mamma Falala, che è stata loro accanto fino all’ultimo momento; anche il generale Odenigbo è stato contagiato, è bastato quel rapido contatto con Ugwu, lascia la moglie e i cinque figli al loro destino; Olanna non si sposerà mai, ha aiutato Ugwu a sistemare i fiori per il suo matrimonio e questo l’ha uccisa, ma non prima di aver contagiato i suoi famigliari, ben presto tutta la città è in quarantena. Muoiono tutti tranne Ugwu, che non capisce, che piange, che inveisce contro gli dei senza sapere di essere stato lui il veicolo di cui il virus si è servito per operare la sua strage. 

Cos’è un’epidemia 

L’epidemia è una “manifestazione collettiva d’una malattia (colera, influenza ecc.), che rapidamente si diffonde fino a colpire un gran numero di persone in un territorio più o meno vasto in dipendenza da vari fattori” . Per combatterla -come dice Burioni nel suo libro “VIRUS – La grande sfida” – sono indispensabili rapidità e strategia. La nostra società, ormai globalizzata, in cui siamo costantemente collegati e per andare a New York è necessario prendere un aereo, le epidemie hanno vita facile. 

La prima grande pandemia si è infatti sviluppata nel 541, la cosiddetta ‘peste di Giustiniano’: la peste riuscì infatti a percorrere l’intero mondo allora conosciuto grazie all’interconnessione commerciale e l’organizzazione economica e sociale, caratteristiche dell’Impero Romano. 

le strade traboccavano di cadaveri, e nelle case la gente appoggiava i morti sul davanzale con i piedi rivolti verso l’esterno, affinché la pubblica assistenza li caricasse con più facilità. Ma il servizio era lento, così cominciò a diffondersi nella città un puzzo nauseabondo, che diventava sempre più insopportabile per gli abitanti. L’organizzatore del Carnevale, che di notte amava scorrazzare per le vie guidando un tram, si offrì di caricare lui sulle vetture i cadaveri, e trasportarli al cimitero. Lì i becchini, non riuscendo a star dietro all’afflusso di morti, presero a scavare fosse sempre meno profonde, tanto che talvolta dalle buche spuntavano i piedi2 

Questo, che racchiude diversi estratti di grandi poeti, storici e scrittori, riassume ciò che è sempre successo durante una pandemia, dal 500 in avanti. 

E ancora Procopio: “In ultimo, coloro che scavavano le fosse, non potendo più far fronte al numero di defunti, salivano sulle torri che sorgono lungo le mura di Sica e, scoperchiati i testi, vi gettavano dentro i cadaveri in gran disordine; così praticamente riempirono tutte le torri di cadaveri, accatastandoli alla rinfusa, secondo come cadevano, e poi le coprirono di nuovo con i tetti. Perciò da esse cominciò a diffondersi fino alla città un puzzo nauseabondo, che diveniva sempre più insopportabile per gli abitanti, specialmente se soffiava il vento provenendo da quella parte” 

Le persone morivano, senza sapere il perché e senza poter fare nulla per impedirlo, morivano per strada e nessuno aveva il tempo, né la forza di soccorrerli o anche solo di seppellirli. 

Il Covid oggi 

Letalità dell’infezione intorno all’1%. Se teniamo conto che in Italia, alla fine di gennaio 2020 si sono verificati circa sei milioni di casi di influenza (una malattia verso la quale abbiamo una pregressa immunità e pure un vaccino), una letalità dell’1% significherebbe 60.000 morti: una città delle dimensioni di Savona.2 

Se in passato i becchini non riuscivano a seppellire i morti e non avevano altra scelta che ammassarli nelle torri, oggi non permetteremmo mai che ciò possa anche solo essere pensato. Non esiste più il “la natura fa il suo corso” e “è la legge della sopravvivenza” perché ognuno di noi ha cara almeno una persona che non sopravvivrebbe. Eppure oggi non sentiamo il peso della pandemia, non sentiamo quei morti, pensiamo che l’1% di possibilità di lasciarci le penne sia poco, che sia tollerabile, che non abbia importanza, che vuoi che sia? Non ci rendiamo conto della gravità della cosa perché è una realtà intangibile, una vaga possibilità, una percentuale che non abbiamo mai visto concretizzarsi. 

Per fortuna al giorno d’oggi abbiamo dei metodi per combattere una pandemia, anche se fallaci. Primo tra tutti la quarantena che fu istituita per la prima volta dalla Repubblica di Venezia nel 1347 e da allora ci permette di isolare le persone per un periodo significativo, che varia di caso in caso. La quarantena è importante perché il test -il cosiddetto tampone, nel caso del Covid-19- non identifica le persone che hanno il virus, che stanno per sviluppare la malattia, ma che si trovano nel periodo di incubazione. È infatti questa la grande intelligenza dei virus influenzali: il picco di diffusione viene raggiunto prima che si manifestano i sintomi, così che il paziente non sia ancora a letto con la febbre –come accadrà invece due giorni dopo- ma, anche se stanco, attivo e al lavoro, poi in palestra e magari anche a trovare la mamma anziana. Per questo ci affidiamo al lockdown, alla quarantena, al distanziamento sociale e alle mascherine. 

La paura 

Una pandemia non è un impatto sociale significativo solo per il numero di morti –nel 1330 la peste in Cina uccide il 65% della popolazione- ma anche perché lascia una società prostrata, distrutta nei suoi valori.

Le epidemie hanno da sempre segnato degli importanti passaggi, come quello tra l’Impero romano e il Medioevo favorito dal dimezzamento della popolazione a causa della peste, e hanno da sempre avuto delle profonde ripercussioni psicologiche sulle persone. Già nel 1300 si cercavano i capri espiatori, spesso individuati nelle minoranze, ne vediamo una prova nei “Promessi Sposi” quando Renzo viene accusato di essere un “untore”, lo vediamo oggi in cui tutti ricerchiamo un colpevole per quello che stiamo passando: che sia esso il governo, le case farmaceutiche o un fantomatico “loro”.

Ognuno reagisce come può davanti alla paura e l’essere umano ha bisogno di un ‘cattivo’ in carne ed ossa, come d’altronde ci insegnano da sempre: guardiamo i cartoni animati e il cattivo è ben presente, è vivo, è brutto, è ripugnante e il nostro eroe lo sconfigge subito; cresciamo e nei film vediamo un antagonista in carne ed ossa da evitare o schiacciare. Poi arriva un virus invisibile e dobbiamo scaricare la nostra frustrazione in qualcosa, dobbiamo dare la colpa a qualcuno, così la scarichiamo su figure fisiche indistinte come i poteri forti o inventiamo teorie cospiratorie per sentirci ancora parte di qualcosa, senza renderci conto che tutti noi siamo il povero Ugwu che non capisce cosa gli sta succedendo e pensa di fare del suo meglio, pensa che sia necessario per lui evadere quelle regole ingiuste e così facendo, condanna a morte tutta la sua famiglia e dei poveri innocenti. 

di Martina Ricchi

Redattrice

Fonti: 

epidemia nell’Enciclopedia Treccani 

2= Roberto Burioni, “VIRUS -La grande sfida: dal coronavirus alla peste: come la scienza può salvare l’umanità”, Rizzoli Editore, edizione di Marzo 2020. 

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