Il mondo taceva mentre noi morivamo – recensione di “Metà di un sole giallo”

Metà di un sole giallo 

Un sole giallo a metà è il simbolo del Biafra, patria degli igbo e di Olanna, donna bellissima e sensuale, che rinuncia ai privilegi della sua altolocata e corrotta famiglia per andare a vivere con il rivoluzionario Odenigbo. 

Patria di Kainene, la sua gemella, che, sarcastica e tagliente, sarà capace di cambiare, di mettere gli altri al posto di sé stessa perché: “Ci sono cose talmente imperdonabili da rendere perdonabile tutto il resto”. 

Patria di Ugwu che viene assunto da Odenigbo, che lui chiama Padrone, viene sollevato dal suo piccolo villaggio dove l’acqua esiste solo alla fontana pubblica e portato davanti a un lavandino che fissa per minuti interminabili e affascinanti fino a che il professore non si fa beffe di lui bonariamente, spiegandogliene l’uso. 

È anche la tanto agognata patria di Richard, lo studioso inglese innamorato dell’Africa; l’unico viso pallido che ostenta il suo igbo con fierezza, senza riuscire mai ad essere preso sul serio e che nel Biafra ritrova la propria identità, amando Kainene ferocemente e debolmente al tempo stesso. 

È la patria dei bambini dalla pancia gonfia di fame e degli uomini ricchi di petrolio, è la patria di un genocidio, di una guerra civile, di arruolamenti ingiusti e improvvisati, di tre milioni di persone che sono morte cercando di inseguire un giusto ideale1 o, più semplicemente, tentando di cuocere le lucertole cacciate nel pomeriggio.  

“ Ibos pend cor’a yo “ (gli igbo si impiccano da soli, antico detto) 

Il 17% della popolazione africana, circa trenta milioni di abitanti, appartiene all’etnia igbo che, fino al 1870, prima della conquista del territorio da parte dell’impero britannico, era costituita per lo più da un insieme di comunità semiautonome di contadini.  

Il colonialismo ha avuto un forte impatto sulla loro cultura: tra le altre cose, infatti, gli igbo abbracciarono in modo entusiastico il cristianesimo; questo portò ad un maggiore contatto con gli altri popoli nigeriani, che li unì ancora di più grazie ad un senso di appartenenza etnica sempre più marcato. 

Un altro effetto del colonialismo fu la deportazione di milioni di africani nel Nuovo Continente e sembra addirittura che il blues derivi dai lamenti degli schiavi igbo in Florida.2  

“Quando i ricchi si fanno la guerra tra loro, sono i poveri a morire.” 

 Nel 1966, subito dopo le elezioni nigeriane, ci fu un colpo di stato attuato dall’esercito. Poiché quasi tutti gli ufficiali igbo erano sopravvissuti, gli oppositori politici addossarono a questa minoranza la colpa dell’accaduto, nella strategia politica più antica del mondo: trovare un nemico comune per affiatare l’elettorato; con le consequenziali uccisioni di massa di igbo nel Nord del paese.  

Il 30 Gennaio del 1967 un popolo distrutto dai genocidi e dalle differenze già radicate nella società, si dichiarò nazione dipendente sotto il comando del Ojukwu. 

C’era un unico grande problema: quel piccolo pezzo di terra che dava sul golfo del Biafra, rinominato poi successivamente “Golfo di Bonny”era ed è tutt’ora un vero e proprio pozzo di petrolio. Nella successiva guerra civile, dichiarata dalla Nigeria che non accettò l’indipendenza degli igbo, si infilarono perciò i conflitti di interessi dei cartelli petroliferi. Ben sei paesi africani riconobbero il Biafra come stato così come gli Stati Uniti che si dissero favorevoli senza però, di fatto, muovere un dito; Portogallo e Francia invece si schierarono apertamente con la nuova nazione, rifornendola di armamenti, al contrario di Inghilterra, Unione Sovietica e paesi dell’Est che si preoccuparono di procurare armi e soldati al governo centrale. Il governo nigeriano, infatti, impose subito un blocco economico e attaccò il Biafra, assediandolo.4 

Dopo un periodo di stallo ed alcune iniziali vincite biafrane, la Nigeria vinse all’inizi del 1970; subito dopo la resa, Ojukwu fuggì in Costa D’Avorio, mentre tutti i conti correnti degli igbo furono bloccati, aggravando ulteriormente la loro condizione nel dopoguerra. 

“Pensa ai bambini del Biafra” 

Questo ci diceva la mamma quando da piccoli non mangiavamo o lasciavamo qualcosa nel piatto. Questo deriva dal fatto che la maggior parte dei morti in seguito alla guerra del Biafra non furono causati direttamente dalle armi, ma dalla fame e delle malattie; 5  inoltre “Biafra” è anche il nome più diffuso di una malattia, la “Kwashiorkor” 6 . Questa sindrome medica è per lo più diffusa nei paesi in via di sviluppo, spesso nei bambini che vengono svezzati troppo presto o che non assumono abbastanza proteine e nutrienti; i sintomi più comuni sono il ventre gonfio (spesso indicatore della presenza di vermi intestinali) e l’ingiallimento dei capelli con la consequenziale perdita.  

Più che della guerra l’Occidente si indignò, negli anni sessanta, alla vista di questi bambini malnutriti, con i capelli radi, molti edemi e la cosiddetta “pancia a pentola”. Chimamanda stessa, nel nostro libro, ci racconta di come i bambini giocassero alla caccia delle lucertole, di come morissero di fame, di come la bellissima Olanna sia in pena per la sua bambina a cui cadono i capelli, che non vuole mangiare, che perde l’appetito, che non è più vivace come una volta. 

“Rosso era il sangue dei fratelli assassinati al Nord; nero era il lutto per la loro morte; verde, il colore della prosperità a venire del Biafra e, infine, la metà di un sole giallo indicava la gloria futura del paese” 7

In “Metà di un sole giallo”7 vediamo la contrapposizione di tre differenti punti di vista: quello del giovane Ugwu, della bellissima Olanna e del pavido Richard. Ogni capitolo porta avanti la narrazione con un soggetto differente, così da permetterci di assaporare la storia passo per passo. Il romanzo parla di tradimenti, di amore e di matrimoni ma anche di guerra, di povertà, di un paese lasciato a sé stesso, della miseria umana, dell’ignoranza che dilaga, delle folle alimentate dalla voce degli ideali e dal potere del petrolio che anima tutto, in sottofondo; di una scalata sociale e della discesa verso la povertà. Il tutto raccontato con estrema semplicità.  

Chimamanda ci mostra una società così lontana eppure così vicina a noi: leggendo queste pagine che scivolano sotto le dita come noci di burro, spesso ci si dimentica di essere in un continente a noi così culturalmente lontano e ci si immedesima con immensa facilità in storie che paiono le nostre, in un matrimonio costellato da dissapori comuni, quotidiani; nella relazione conflittuale e difficile tra due sorelle e nell’amore per la propria famiglia.  

Il libro ci mostra però anche il lato peggiore della guerra: bambini affamati costretti a rincorrere lucertole per portare alla mamma qualcosa da cucinare a cena, code disperate al banco della Croce Rossa i cui aerei vengono abbattuti dal fuoco nemico, corse disperate al bunker improvvisato per cercare di non rimanere uccisi, terribili massacri, capelli che cadono per l’assenza di cibo e anche l’esperienza di un povero ragazzo mandato a morire, richiamato al fronte perché non c’è alternativa, perché la manodopera scarseggia e allora anche gli ultimi sono i benvenuti. Con in sottofondo i lati più infimi dell’uomo, quell’egoismo che ci fa saltare la fila e stare in silenzio, pur di riuscire a dar da mangiare ai propri figli, ai soldi usati come merce di scambio, per comprare un silenzio o qualcosa di più, quell’istinto di sopravvivenza così naturale che ci permette di andare avanti e, in un secondo momento, di non riuscire a perdonarci.  

di Martina Ricchi

Redattrice

Fonti:

1Guerra civile in Nigeria – Wikipedia 

2Igbo – Wikipedia 

3Biafra – Wikipedia 

 4Guerra del Biafra (skuola.net) 

5Chi erano i bambini del Biafra? Mezzo secolo di una tragedia diventata proverbio – la Repubblica 

6Kwashiorkor – Wikipedia 

7= Chimamanda Nogozi Adichie, “Metà di un sole giallo”, editore Einaudi

28 Comments

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