IL MONOLOCALE DELLA FOLLIA
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Il Monolocale della Follia – prima parte

Com’era strana quella giornata, ricordo di essermi svegliato su di un letto che non era il mio in una casa che non era la mia, con la sensazione di essere in una vita non mia. La notte trascorsa lasciava spazio e ricordi ad una debole luce di metà mattina.

L’unica cosa che ricordavo era un insieme di immagini confuse di un sogno assurdo che quasi sembrava reale: io sdraiato immobile, come paralizzato, su di un letto bianco, completamente nudo coperto solo da un leggero camice verde. Ed un uomo che di tanto in tanto veniva a farmi visita, sembrava un medico o forse un maniaco, in ogni caso poco importava: immobilizzato con lo sguardo fisso sul soffitto, nulla avrei potuto fare né per difendermi né tanto meno per interagire con lui. In quel sogno non mi sembrava nemmeno di avere una bocca, forse nemmeno respiravo. Avrei voluto chiedere aiuto, ma di certo non a quell’uomo che tanto divertito dalla mia drammatica situazione si faceva beffe di me, chiedendomi se stessi bene per poi divertirsi a giocare con le mie pupille puntandomi addosso una luce accecante.

IL MONOLOCALE DELLA FOLLIA

Ma ora era acqua passata, quel sogno apparteneva ad una realtà immaginaria, dovevo solo ritrovare la giusta lucidità per affrontare quella nuova giornata, eppure tutto quello che mi circondava mi era estraneo, a tratti persino fastidioso, il materasso del letto sembrava urlare la sua agonia dagli angoli lasciati scoperti dalle lenzuola stropicciate di un arancione sbiadito che avevano qualche bruciatura di sigaretta qua e là e a tratti si scorgevano deboli macchie, come fantasmi di amanti passate da lì per qualche ora d’amore per poi lasciare al loro posto un vuoto vertiginoso dentro di me. Forse la vita era la mia, ma quella casa… i muri di un bianco sporco, come specchi, riflettevano un malessere generale ed il pavimento con le piastrelle disallineate tra loro era coperto in qualche punto da vestiti, cenere e briciole. Una vecchia televisione se ne stava lì davanti a me, appoggiata su di una vecchia cassa di legno da cui di tanto in tanto spuntavano delle termiti, spenta forse perché troppo stanca per continuare ad attirare l’attenzione su di sé. A guardarla meglio aveva la spina staccata dalla presa, usata per un basso e rumoroso frigorifero bianco, più sporco delle pareti circostanti. Sopra alla televisione c’era l’unica finestra di quel così scomodo monolocale da cui si poteva vedere tutto meno che un qualsiasi paesaggio. L’apertura dava su di una larga ed appena illuminata intercapedine di cemento. Solo un piccolo lembo di cielo riusciva a farsi spazio in quella fredda fessura.

Ricordo di essermi alzato, completamente disorientato e con addosso solo le mutande, per dirigermi verso il frigo alla ricerca di qualche cosa per colazione. Lanciai uno sguardo all’orologio appeso appena sopra di esso quasi come a cercare anche un solo punto di riferimento che avesse potuto in qualche modo riportarmi alla realtà. Ma subito sprofondai in una terribile certezza quasi come immerso nelle sabbie mobili. Quella era casa mia, quell’orologio era mio, ero stato io a montarlo al contrario, le sue lancette andavano alla rovescia come il resto della mia vita. La colazione non era più una priorità ma il frigorifero lo aprii comunque, dentro ci trovai solo lattine di birra, alcune delle quali mezze vuote, qualche panino avanzato di qualche giorno prima e una bottiglietta di collutorio.

Ancora più confuso mi abbandonai su di una sedia di ferro che paziente mi aspettava da tempo davanti ad un piccolo tavolo da campeggio. Su di lui c’erano un piatto pulito, una scatola di medicine, un coltello e dei fogli su di cui disegni psichedelici sembravano vivere in armonia con il resto della casa.

Non appena mi stancai di loro alzai lo sguardo e davanti a me una scheggia di uno specchio attaccata al muro rifletteva l’immagine di un ragazzo, spettinato e disorientato, stanco di quel posto se non addirittura succube.

Infastidito dal suo sguardo spostai gli occhi al soffitto dall’intonaco scrostato, da cui pendevano due lampadine: una accesa e l’altra evidentemente bruciata da tempo. Mi ritrovai a seguire le crepe su quella superficie con uno sguardo probabilmente assente, la mia testa pesava sulle spalle e le mie braccia pendevano lungo i fianchi prive di qualsiasi energia.

Stufo pure di quello mi trascinai verso il piccolo bagno da dove proveniva un insopportabile odore di muffa, la tazza del water aveva tante piccole schegge sui bordi, come vecchie cicatrici su di un volto e il lavandino lì di fianco se ne stava appoggiato su di un armadietto senza ante in cui disordinatamente c’erano incastrati tra loro un rotolo di carta igienica un libro ed una macchina fotografica. Mi diedi una sciacquata al viso, chiusi il rubinetto e all’improvviso qualche cosa in quella piccola stanza attirò la mia sempre più debole attenzione: sulla ceramica della piccola vasca da bagno vi era sdraiata una ragazza completamente nuda disegnata così bene da sembrare quasi vera. Lo sguardo vuoto, un po’ come il mio, si perdeva nello spazio davanti a lei, una piccola lacrima le pendeva dall’occhio sinistro il suo viso pallido aveva un’espressione preoccupata, quasi angosciata.

I suoi seni erano sodi e ben delineati, quasi tradivano la superficie piana della vasca, e il suo ventre liscio e perfetto sembrava come contratto in uno spasmo di dolore, mentre le sue mani stringevano l’una un coltello insanguinato e l’altra un pezzo di carta su cui era scritto: la vita non è come sembra;le gocce di sangue colavano giù dal bordo della vasca fino al pavimento da una parte e fino sul suo fondoschiena dall’altra. Aveva le gambe semi aperte e da lì un fiume rosso scendeva libero fino al buio più profondo dello scarico.

IL MONOLOCALE DELLA FOLLIA

Senza chiedermi il motivo di quella scena così violenta mi soffermai per qualche secondo sulla sua intimità così devastata, per poi ignorarla e andarmi a vestire. Raccolsi da terra una maglietta e dei pantaloni, li indossai e svogliatamente mi diressi verso quella che sembrava essere l’uscita, l’unica porta di tutta la casa. “Da qualche parte porterà sicuramente” pensai. Su di essa attaccate ad un chiodo trovai le chiavi ed un foglio strappato con scritto: chi entra non esce e chi esce non entra.

Feci scattare la serratura e davanti a me trovai una stanza buia, a tentoni cercai un interruttore sulla parete, dopo qualche tentativo lo trovai e una flebile luce illuminò una stanza del tutto simile a quella che mi ero appena lasciato alle spalle.

Una strana sensazione di sconforto misto a rassegnazione mi assalì, quasi come se fosse l’ennesimo tentativo di una qualsiasi impresa andato in fumo. Questa volta però tutto sembrava meno irreale, tutto ciò che vedevo, sentivo e provavo lo percepivo come famigliare. Ecco che mi accorsi di dettagli che prima non avevo notato, come ad esempio un piccolo gruppo di scarafaggi fermi in un angolo del soffitto, immobili e concentrati in chissà quale attività.

Sorrisi a loro e mi chiusi la porta alle spalle, ritrovai il letto sudicio di prima ma questa volta prima di qualsiasi altro difetto, notai il suo puzzo. Mi precipitai a recuperare una sigaretta che se ne stava sdraiata a terra poco distante da un lembo del lenzuolo per fumarla e tentare così di coprire quell’odore quasi insopportabile. Cercai l’accendino nelle tasche dei pantaloni e trovai tutto meno quello che mi serviva: delle monete, un fazzoletto, un preservativo ed una forchetta, cominciai allora a correre con lo sguardo sulle cose e in un bicchiere appoggiato sopra al frigorifero vidi una scatola di fiammiferi, tutti ma proprio tutti i bastoncini di legno erano spezzati alla testa, mi rassegnai dunque a convivere con quella sensazione; fino a quando improvvisamente mi balenò in testa l’idea di bere fino a che l’alcol non avessre alterato le mie percezioni, sperando me le facesse apparire meno terribili.

Svuotai il frigorifero da tutto quello che c’era, fatta eccezione per quella bottiglietta di collutorio, mi misi seduto davanti a quella scheggia di vetro che rifletteva sempre più dettagliatamente ciò che le passava davanti. Dopo aver finito qualche lattina barcollai da una parete all’altra fino ad arrivare al bagno davanti al water, con una mano cercai l’equilibrio necessario appoggiandomi al muro piastrellato di verde e con l’altra mano incerta e tremante mi slacciai i pantaloni, strinsi i denti per il bruciore che provai nel momento in cui uscì parte di quello che avevo bevuto e così per un attimo, fissando il fondo della tazza farsi sempre più giallo, mi ritrovai a pensare che forse era giunto il momento di darmi una regolata. Con poca attenzione lessi una frase scritta su di una piastrella con un pennarello indelebile: “non vuoi ancora uscire da qui, vero?. Forse l’avevi scritta io qualche mese prima, o forse faceva parte dell’arredo fin dall’inizio, con quel dubbio lanciai un saluto distratto alla ragazza nuda forse disegnata nella vasca, e stanco di quella giornata così assurda andai a dormire.

Speravo che dormendo tutto si rimettesse al proprio posto, mi tolsi i pantaloni lasciandoli a terra e improvvisamente disgustato, da delle macchie rosso scuro sparse un po’ ovunque nitide su quella che sembrava essere una tela bianca per un quadro, quasi mi strappai di dosso la maglietta.

Ricordo soltanto di essermi sdraiato e di aver fissato la vecchia televisione fino a che il sonno prese il sopravvento su tutte le altre sensazioni, solo un attimo prima di sprofondare nel nulla uscì dalle mie labbra flebilmente il nome di Lucrezia, l’ultima mia compagna, l’ultima donna capace di amarmi fino alla fine.

“Buongiorno, sono l’ispettore Cardani” si presentò nella hall dell’ospedale un ragazzo di circa trent’anni.

“Buongiorno a lei” rispose sorridente una giovane infermiera.

“La camera 104?”

“Primo piano, quarta camera nel corridoio di sinistra.” E, subito dopo aver controllato velocemente i dati del paziente al pc, chiese: “Posso gentilmente chiederle di mostrarmi il distintivo?”

“Oh certo, mi scusi, ecco qui” rispose l’agente di polizia estraendo dalla tasca posteriore dei jeans il tesserino di riconoscimento. “Scusi lei. È la prassi, specialmente in casi come questi”

“Ci mancherebbe. Grazie e buon lavoro” salutandola si diresse verso le scale con un passo sicuro e veloce.

Lui e i suoi colleghi avevano finalmente preso da una settimana un pericolosissimo criminale che da tempo seminava il terrore per le strade della città, rapendo e molte volte uccidendo nei modi più depravati e violenti possibili, prostitute senza un apparente motivo.

Dal principio si sospettava che il ragazzo facesse parte di qualche organizzazione criminale, ma l’opinione pubblica e lui stesso credevano che si potesse trattare più semplicemente di un singolo soggetto pericolosamente squilibrato.

Quel giorno Cardani era andato all’ospedale nella speranza di poter interrogare l’imputato che ora mai da quasi più di una settimana si trovava in terapia intensiva per un overdose da barbiturici.

“Ispettore” lo salutò un agente alla porta della camera 104, mettendosi sull’attenti.

“Buongiorno” rispose ricambiando il saluto “Ci sono novità?”

“Il dottore è venuto a visitarlo questa mattina presto” rispose il collega sciogliendosi da quella posizione plastica che assumeva durante la sorveglianza, “Ma non mi ha riferito nulla. Penso sia ancora sedato”

“Sai dove posso trovare il dottore?”

“Penso sia nell’ufficio infondo al corridoio”

“Grazie. Se ci sono novità chiamami”

“Sì signore. Buona giornata.” salutò l’agente rimettendosi sull’attenti.

Cardani allungò il passo verso l’ultima stanza infondo a quel bianco corridoio, sperava che finalmente il dottore gli desse il permesso di fare qualche domanda a quel ragazzo, in modo da avere a disposizione gli ultimi tasselli per completare quell’infinito mosaico che era stata la sua indagine.

“Oh ispettore” esclamò il medico appena uscito dal suo ufficio “quasi mi faceva prendere un colpo”

“Mi scusi dottore” rispose Cardani, facendosi da parte per lasciare libero il passaggio.

“Non ho fatto in tempo ad avvisarla. Volevo sapere se…”

“Non c’è bisogno che si scusi” lo interruppe il medico “purtroppo per lei ho ancora brutte notizie.”

Cardani abbassò lo sguardo e sbuffò stringendo i pugni e con una voce quasi atona disse: “Scommetto che non si è ancora ripreso”.

“Diciamo che è un miracolo che sia ancora vivo. Molto probabilmente la scatola che avete trovato sul tavolo se l’era presa tutta in una volta sola.” Poi dopo una breve riflessione aggiunse: “Non so se le può servire a qualche cosa ma durante uno dei tentativi per risvegliarlo l’ho sentito parlare in modo confuso circa una certa Lucrezia”

“Diavolo che nervoso!” imprecò apparentemente ignorando quell’informazione così preziosa, poi riprendendosi aggiunse: “Oh, grazie. Si, potrebbe essere utile per le indagini. Spero che almeno stia soffrendo. Lo so nella mia posizione non dovrei assolutamente dire certe cose… ma se solo lei avesse visto che cosa è stato capace di fare a quelle povere ragazze”

“Immagino, stia tranquillo, la capisco.” lo rassicurò il dottore, poi un po’ incuriosito chiese: “Se posso sapere, quante ragazze ne sono state vittime?”

“Dieci, di cui otto uccise e ancora due restano da identificare” si sfogò per un attimo.

 “Non c’è limite alla cattiveria” disse sconsolato l’uomo col camice “non appena riusciremo a svegliarlo la farò contattare. Per il momento si riposi, penso ne abbia bisogno.”

“Grazie. Senz’altro. Buon lavoro” così Cardani si congedò deluso, pensando ad un modo per riuscire a prendere sonno. Erano settimane che non riusciva a dormire, esattamente dopo il ritrovamento della seconda vittima di quel maniaco e ancora meno dopo la denuncia della prima sopravvissuta. I dettagli raccontati da quegli occhi pieni di terrore non lo lasciavano in pace ed era convinto che mai lo avrebbero lasciato, almeno fino a quando non avesse chiuso il caso.

Poco dopo che l’ispettore ebbe lasciato l’ospedale, il medico si diresse verso la camera sorvegliata dall’agente di turno, per visitare quello che in quel momento sembrava essere una vittima piuttosto che un temibile carnefice.

Un ragazzo dall’aspetto trasandato, con qualche tatuaggio scolorito qua e là e lo sguardo assente perso in chissà quale dimensione.

“Allora come andiamo oggi ragazzaccio?” chiese l’uomo entrando nella stanza, sapeva di parlare da solo, ma era un modo per sdrammatizzare almeno in parte ciò che sapeva sul suo conto.

“Mh”  sospirò pensieroso il dottore mentre con una pila in mano osservava attento la reazione delle pupille del suo paziente. “Non vuoi ancora uscire da lì, vero?” prese la cartella clinica e scrisse il resoconto di quell’ennesima visita prescrivendo lo stesso identico dosaggio di sedativi del giorno prima per quello a venire.

Com’era strana quella giornata, ricordo di essermi svegliato su di un letto che non era il mio in una casa che non era la mia, con la sensazione di essere in una vita non mia.

IL MONOLOCALE DELLA FOLLIA

di Stefano Graziosi

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