Non sono razzista, ma... - razzismo e abuso di potere 5
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Non sono razzista (ma…)

Eric Garner ripeté undici volte “Non respiro” con la faccia premuta contro il marciapiede prima di perdere conoscenza.1

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“Non ho una pistola, smetta di sparare!” urlò Michael Brown prima di essere colpito quattro volte al braccio, una all’occhio e una alla testa. Era sospettato di rapina violenta, il poliziotto che lo ha colpito dichiara che stesse scappando: il corpo del diciottenne è deceduto a undici metri dalla macchina dell’ufficiale.2

“Perché mi sta seguendo?” Trayvon Martin aveva diciassette anni, un cappuccio sulla testa, una bibita e un pacchetto di patatine in mano, nessun precedente penale. Il vigilante che l’ha ucciso dopo aver chiamato il 911 è stato assolto basandosi sulla “Stand Your Ground”: la legge americana che permette di sparare anche se ci si sente soltanto minacciati. Nella registrazione del 911 si sente uno sparo, le grida di aiuto di Trayvon e il secondo sparo: quello fatale che l’ha colpito dritto al cuore.3

“Mamma, andrò al college!” queste le ultime parole di Amadou Diallo prima di uscire per una passeggiata durante la quale quattro agenti lo identificarono con lo stupratore che stavano cercando e spararono quarantadue colpi di pistola, diciannove dei quali colpirono il ventiduenne, prima ancora che lui potesse estrarre il portafoglio per identificarsi.4

Queste sono solo alcune delle giovani vittime di violenza gratuita da parte della polizia.
L’ultimo accade il 25 Maggio 2020 quando l’afroamericano George Floyd viene accusato di aver utilizzato una valuta contraffatta comprando un pacchetto di sigarette: intervengono tre pattuglie e il poliziotto Derek Michael Chauvin tiene premuto il ginocchio sul collo dell’uomo per otto minuti e quarantasei secondi, sollevandolo solo alla richiesta dei paramedici, noncurante del fatto che Floyd avesse perso conoscenza già da tre minuti, inoltre gli agenti Kueng e Lane esercitavano una pressione sul suo busto e sulle sue gambe.5

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Il video è spopolato sui social e le proteste incendiano da giorni l’America di Trump, i vip rendono omaggio alla vittima6 e l’hashtag “Black lives matter” -le vite dei neri hanno importanza- spopola sui social: pochi sanno però che è il simbolo di un movimento nato nel 2013 in seguito alla morte di Trayvon Martin che combatte per libertà, giustizia e uguaglianza.7
Se, infatti, formalmente in America la discriminazione razziale è stata abolita a metà del XX secolo ed è sempre più percepita come immorale e ripugnante, la politica razziale di stampo sociale rimane un fenomeno più che diffuso: il razzismo implicito si riflette tutt’oggi nelle ampie disparità e disuguaglianze socioeconomiche.8

L’Italia non si è sottratta alla protesta globale: sabato sei Giugno diverse centinaia di persone scendono in piazza a Torino9 e il sette altre tremila si sono riunite in piazza a Roma rispettando il distanziamento sociale e sono rimasti in ginocchio per otto minuti e quarantasei secondi dopo aver sfilato pacificamente con cartelli scritti a mano e mascherina sulla bocca.10
“Senza giustizia non c’è pace” e “F**o al razzismo” questi gli slogan che vanno per la maggiore e ogni italiano che si rispetti ha condiviso indignato il video del pover’uomo che supplica i poliziotti mentre dice di non riuscire a respirare. La risposta a quest’atto di violenza ingiustificata è stata rapida ed efficace, ha spopolato sul web e ha fatto riflettere, ci ha costretti a puntare il dito contro un’America che facevamo finta di non vedere: spietata, razzista, pronta alle armi in qualsiasi momento -persino all’insorgere di una pandemia, mentre noi facevamo la fila per la carta igienica11-.

Non sono razzista, ma... - razzismo e abuso di potere, immigrati
https://www.repubblica.it/

È stato facile rimanere seduti sul divano di casa e condividere post solidali su Facebook, è stato fin troppo semplice inserire l’hashtag “Blaklivesmatter” sotto le foto dei figli di George Floyd ora lasciati al loro destino. Quasi come lo è stato scendere in piazza, a Roma, con i gilet arancioni gridando al 5G e al complotto globale, quasi come lo è ignorare gli africani che arrivano in un barcone, non andare a mangiare sushi perché in Cina si è diffuso un nuovo virus e mettere “like” ai post di chi addita un ragazzo seduto su una panchina a messaggiare come un “no” che ci ruba le donne e il lavoro prendendo 35 euro al giorno sotto il sole, in un campo, a raccogliere pomodori.

“Black lives matter” ma quali “black”? Non quelli che arrivano a Lampedusa con il barcone, non quelli che girano per le strade di Torino senza un lavoro, non quelli strumentalizzati dalla politica per ottenere qualche voto in più.
“Black lives matter” però in America, oltreoceano, dove vengono uccisi in giustamente. In Italia queste cose non succedono. È una situazione diversa: è che in Italia già non c’è lavoro per noi, come possiamo darlo a loro? Io non sono razzista, ma…

di Martina Ricchi

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